Il tempo, come sosteneva Virgilio, porta via tutte le cose: ricordi, costumi e retaggi vari. In un paese, poi, che sta cercando di cambiare, talvolta a man bassa, la sua costituzione (e Costituzione), vuoi che la sua più popolare kermesse canora sia da meno? No. E infatti, per il suo 60° compleanno, il Festival di Sanremo si adorna di una nuova veste, rompendo un altro tabù del suo polveroso regolamento: quell' Art. 6 che finora aveva sempre disposto l'uso della lingua italiana come prerequisito per l'ammissione in gara dei brani; ora, invece, l'aggiunta di una postilla: "si considereranno appartenenti alla lingua nazionale, quali espressioni di cultura popolare, anche le canzoni in dialetto" (http://www.rai.it/RaiDue/Contents/files/2009/11/Sanremo2010_Regolamento.pdf). In 59 anni di storia festivaliera, la novità e l'italianità del brano sono stati i due prerequisiti fondamentali per poter essere presi in considerazione dalle varie giurie selezionatrici; anche se, precisava il regolamento sino all'anno scorso, "non fa venir meno il requisito della appartenenza alla lingua italiana la presenza nel testo letterario di parole e/o locuzioni in lingua dialettale italiana, quali espressione di cultura popolare e/o in lingua straniera, purchè tali da non snaturare il complessivo carattere italiano del testo. Certo, ci sarebbe da discutere, visto che, solo per fare un esempio, nel 2006 in gara c'era Gigi Finizio, accompagnato dai Ragazzi di Scampia, con un brano, "Musica e speranza", che di italiano, a ben vedere, aveva solo il titolo e una decina di parole al massimo. Poco male, visto che, per una canzone-affresco sulla situazione di Napoli, il dialetto lì aveva una forza evocativa notevole; di difficile interpretazione per i non natii, ma fortemente espressiva. Ora, quindi, almeno sulla carta, il Festival apre le sue porte ad artisti come Davide Van de Sfroos, Tazenda, 99 Posse , Enzo Avitabile (ma loro ci staranno?) e fronde di band salentine e cantautori neomelodici campani, liberi di esprimersi in un dialetto prima demonizzato ed ora, invece, riscoperto e valorizzato persino dalle Istituzioni. "L'animo nobile di un popolo" lo definisce Van de Sfroos, "una lingua che è esistita prima di noi, con un retaggio di influenze e di testimonianze immenso. Collocare il dialetto dentro una bacheca sarebbe un errore perché non sarebbe più una cosa viva; così come un errore è quello di accomunare il vernacolo al popolaresco o al vezzo goliardico; c’è, invece, tutto un mondo che in dialetto si esprime". Ad Antonella Clerici e Gianmarco Mazzi (sic!) il compito di non far cadere nella banalità questa modifica, di dimostrare che quest'apertura regolamentare non è l'ennesimo raschiamento di un barile pressochè vuoto, ma una concreta opportunità per una rassegna che deve necessariamente aggiornarsi ed adeguarsi ai tempi, masticando senza inutili vergogne il suo passato e le sue venature popolari per guardare al futuro; cambiare per non morire, per dirla alla Mannoia. Io, che di leghista non ho proprio niente, considero il tanto sbandierato federalismo come un atto inclusivo, non di esclusione: un'esaltazione delle varie eccellenze regionali, siano esse culinarie, storiche, linguistiche o canore. É la somma dell'Italia dei dialetti che forma il nostro paese, non l'Italia che si frantuma in varie realtà regionali. E allora ben venga anche questo federalismo della musica made in Sanremo. Speruma almen cä vegna föra un bel Festival...

Di certo c'è che la macchina, nella F1 attuale, sembra contare un buon 70% del risultato finale, lasciando emergere le qualità del pilota solo sui circuiti veri (leggi Spa, Interlagos e Suzuka) o nel caso di condizioni metereologiche dubbie. Button, che fino all'anno scorso, con quell'aria lì da sesto Take That, contendeva lo scettro di playboy del paddock a David Coulthard, è, in tutto questo, l'eroe buono: colui che non si arrende alle tante avversità e, alla fine, riesce a coronare il suo sogno, dimostrando a tutti le sue qualità. E tanti complimenti alla perseveranza.. Chapeau! Voti alti anche per il coriaceo Barrichello, più forte di acciacchi e sfiga, per Massa, perchè è "un bastardo vero" al pari di Hamilton, Kubica e Alonso, per la coppia Red Bull Vettel-Webber, per le giornate sì di Raikkonen e per i giovani rookie alla Kobayashi, perchè, se il buon giorno si vede dal mattino, il futuro non può che essere roseo. Un futuro che, si spera, non godrà più dei servigi di Mosley, che, per quel che ha combinato negli ultimi anni meriterebbe delle frustate, se solo non gli piacessero. Infine, voto alto, altissimo a Fisichella, che, coronando il suo sogno di correre per la Ferrari, ha saputo, in realtà, ridare dignità a colui il quale quel sogno era stato tolto troppo presto: un onesto Luca Badoer da Montebelluna (Tv), anch'egli potenziale eroe buono alla Button, ma relegato dalla sorte al ruolo di semplice e tapino scudiero.
Per chi ancora non se ne fosse accorto, nonostante le migliaia di annunci in video, la televisione italiana sta proseguendo il suo passaggio, a macchia di leopardo, al digitale terrestre, che dovrebbe completarsi entro il 2012; nuova tecnologia, quella del T-DVB (Terrestrial Digital Video Broadcasting), che, utilizzando segnali digitali analoghi a quelli di computer, Internet e telefonia mobile, consente una moltiplicazione dell’offerta di canali e programmi tv, una miglior qualità audio-video e la tanto sbandierata interattività, che consentirà in futuro di partecipare in modo attivo e immediato ai programmi, utilizzando semplicemente il telecomando. Il tutto, acquistando un televisore di ultima generazione o munendosi di pratico decoder, o set top box, se preferite. Ottima cosa, nulla da eccepire, il passaggio da analogico a digitale della tv italiana, che dimostra di guardare al futuro, per una volta, con animo da precursore e non inseguendo, lingua a penzoloni, gli altri. Ma il rischio, come in quei grandi ipermercati che chiudono per trasferirsi altrove, è una “sindrome da smantellamento”: disorientamento tra i clienti affezionati, punti di riferimento che vanno a farsi benedire e scaffali vuoti o, peggio, accatastati in tutta fretta l’uno accanto all’altro con confusione. E il caro vecchio analogico, nelle ultime settimane, sta dimostrando di essere affetto da questo morbo intestino. Gli esempi sono molteplici, ma due su tutti mi hanno colpito: in primis “Da nord a sud… e ho detto tutto!”, one man show (già bruttino di suo) di Vincenzo Salemme ed eredità televisiva di Fabrizio Del Noce, mandato in onda allo sbaraglio in una serata, quella del lunedì, storicamente ostica al genere varietà; il tutto per non dover spostare su Raidue le appetibili partite di Champions League del mercoledì, che garantiscono ascolti e share notevoli all’ammiraglia Rai. Totale: risultati pessimi, oltre la natura del programma. C’è, invece, un programma che, nella scorsa stagione televisiva, aveva fatto molto bene, meritandosi la riconferma: è “Tutti pazzi per la tele”, condotto dalla futura sanremese Antonella Clerici, prodotto che, per carità, non è nulla di innovativo, ma almeno è godibile e con quegli echi della memoria che tanto piacciono al pubblico. Un programma completamente buttato al vento (e sospeso) perché gettato nell’infernale mischia televisiva del martedì, quando, in contemporanea, vi sono “Nebbie e delitti 3” su Raidue, “Ballarò” su Raitre, “L’onore e il rispetto 2” su Canale5 e “Le Iene show” su Italia1. Roba per tutti i gusti, insomma, che induce, però, lo spettatore ad una scelta: o uno solo di questi programmi o l’epilessia. Il tutto in un quadro, poi, che ormai da molti anni vede la prima serata iniziare a ridosso della seconda, programmi spostati ad uso e consumo della rete (e in barba a chi guarda) e una reiterazione che sta diventando ammorbante. Ben venga, quindi, il digitale (riempito di cosa, poi, si vedrà), ma salvaguardate, finché campa, anche l’anziano analogico.. perché, in fondo, il decoder lo acquista il caro buon vecchio telespettatore a rischio epilessia.
